UN ARTICOLO DI CARLO CAVASINNI

COMPRENDERE IL GIOCO A LUNGO TERMINE: DA GIOVANE PROMESSA A CAMPIONE OLIMPICO

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COMPRENDERE IL GIOCO A LUNGO TERMINE: DA GIOVANE PROMESSA A CAMPIONE OLIMPICO

Pubblicato da Carlo Cavasinni il Giugno 10, 2026

La scienza dello sport ha compiuto enormi progressi nel descrivere cosa fanno oggi gli atleti d'élite e quali capacità fisiologiche possiedono ai massimi livelli. Sappiamo, ad esempio, che i campioni olimpici degli sport di endurance accumulano ogni anno centinaia di ore di allenamento, combinando sapientemente lavoro ad alta e bassa intensità, e sviluppano una straordinaria potenza aerobica, efficienza e forza specifica.

Queste caratteristiche sono ben documentate negli studi che analizzano gli atleti già arrivati al vertice. Tuttavia, comprendere come un atleta sviluppi tali capacità nel corso degli anni è una sfida completamente diversa, ancora poco esplorata dalla ricerca scientifica. In altre parole, sappiamo descrivere il prodotto finale, ma conosciamo molto meno il percorso che porta a quel risultato.

Il grande vuoto della ricerca

Una delle principali ragioni di questa lacuna è la mancanza di dati longitudinali: pochissimi studi seguono gli atleti dall'età giovanile fino al raggiungimento del loro massimo livello.

Nella maggior parte degli sport, la prestazione di picco viene raggiunta tra la metà e la fine dei vent'anni, spesso dopo oltre un decennio di allenamento sistematico. Negli sport di endurance, in particolare, i campioni si costruiscono attraverso anni di sviluppo progressivo dell'allenamento, affinamento tecnico e adattamenti fisiologici.

Di conseguenza, le prestazioni ottenute in giovane età hanno una capacità limitata di prevedere il successo futuro a livello assoluto. Una revisione sistematica che ha coinvolto diverse discipline sportive ha evidenziato come gli atleti di successo nelle categorie giovanili e quelli che raggiungono il vertice in età adulta appartengano spesso a popolazioni completamente differenti.

In altre parole, vincere da junior non garantisce il successo tra i professionisti, così come molti futuri campioni emergono soltanto durante la tarda adolescenza o addirittura in età adulta.

Il paradosso della selezione precoce

Nonostante queste evidenze, molti sistemi di selezione del talento continuano ad agire come se fosse possibile identificare un futuro campione già durante l'adolescenza.

Molti giovani vengono inseriti precocemente in percorsi "élite" oppure esclusi sulla base di risultati iniziali o vantaggi legati alla crescita biologica. Tuttavia, la scienza dimostra che questi criteri sono predittori molto deboli della futura performance adulta.

Le conseguenze sono due:

  • rischiamo di perdere atleti che maturano più tardi;
  • rischiamo di bruciare o sovraccaricare precocemente giovani talenti che dominano da ragazzi ma smettono di progredire successivamente.

Una recente meta-analisi sui programmi di sviluppo del talento ha concluso che la promozione intensiva e precoce non offre alcun vantaggio affidabile sulle prestazioni future da senior.

In sostanza, selezionare troppo presto alcuni atleti ed escluderne altri può causare più danni che benefici, considerando la natura complessa e non lineare dello sviluppo sportivo.

Una prospettiva diversa: allargare la base

Cosa dovremmo fare allora?

Le evidenze provenienti dalla pratica e dalla ricerca suggeriscono un approccio differente: mantenere il bacino dei talenti il più ampio possibile per un periodo più lungo, privilegiando lo sviluppo a lungo termine rispetto alla selezione precoce.

Sempre più studiosi che analizzano i percorsi olimpici sostengono principi come:

  • specializzazione tardiva;
  • pratica multisport durante l'infanzia;
  • accumulo graduale e paziente del carico di allenamento.

Questa filosofia è perfettamente in linea con il modello sportivo norvegese, sintetizzato dal principio:

"Il maggior numero possibile, il più a lungo possibile."

Nella pratica, significa coinvolgere tutti i giovani nello sport, evitando esclusioni precoci e riducendo l'importanza attribuita ai risultati nelle categorie giovanili.

La logica è semplice: il talento sportivo è una maratona, non uno sprint.

Mantenendo una base ampia e offrendo tempo ai cosiddetti "late bloomers" (gli atleti che maturano più tardi), si massimizzano sia i benefici sociali e sanitari dello sport sia le probabilità di produrre campioni di livello mondiale.

Il caso Johannes Høstflot Klæbo

La storia dello sciatore norvegese Johannes Høstflot Klæbo rappresenta perfettamente questa visione a lungo termine.

Oggi Klæbo è considerato il più grande olimpionico invernale della storia, ma da ragazzo non era affatto un fenomeno.

A 15 anni non riuscì nemmeno a entrare nei primi 100 classificati dei campionati nazionali juniores. Era un buon giovane atleta, ma certamente non uno di quei talenti che attirano immediatamente l'attenzione degli osservatori.

In un sistema basato sulla selezione aggressiva e precoce, un risultato del genere avrebbe potuto portarlo all'esclusione.

Invece, Klæbo continuò ad allenarsi e migliorare. Durante l'adolescenza aumentò progressivamente il volume di allenamento e sviluppò una solida base atletica generale. Fino ai 16 anni praticò anche il calcio a livello competitivo.

A soli 21 anni conquistò la sua prima medaglia d'oro olimpica nello sprint dello sci di fondo.

Nel 2026, a 29 anni, è diventato l'olimpionico invernale più vincente di sempre, con undici medaglie d'oro olimpiche e il secondo maggior numero di ori nella storia dello sport olimpico, alle spalle soltanto del nuotatore Michael Phelps.

I suoi risultati giovanili apparentemente ordinari si sono trasformati in una carriera straordinaria.

E soprattutto, nulla di tutto questo sarebbe stato possibile se fosse stato escluso dal sistema a 15 anni.

Lezioni per allenatori e preparatori

Dal punto di vista fisiologico e prestativo, il percorso di Klæbo riflette perfettamente i principi dello sviluppo atletico a lungo termine.

Nei primi anni ha costruito solide competenze tecniche e una forte componente ludica e motivazionale. Successivamente ha aumentato progressivamente il carico di allenamento e le proprie capacità fisiologiche.

Questo percorso conferma un concetto ormai consolidato: la prestazione di livello mondiale negli sport di endurance nasce da anni di adattamenti accumulati durante l'adolescenza e la giovane età adulta.

Gli atleti d'élite accumulano migliaia di ore di allenamento, passano da una pratica multisport a una specializzazione relativamente tardiva e sviluppano gradualmente le competenze necessarie per allenarsi, recuperare e competere ai massimi livelli.

Le prestazioni di eccellenza non sono il risultato di scorciatoie o esclusivamente della genetica, ma di un processo sistematico e prolungato nel tempo.

Conclusioni

Oggi il grande paradosso dello sviluppo sportivo è che conosciamo molto bene il traguardo finale, ma comprendiamo ancora troppo poco il percorso che porta a raggiungerlo.

Questa limitata comprensione scientifica si riflette in pratiche di selezione del talento spesso obsolete, che ignorano le evidenze disponibili sulla progressione e sul potenziale degli atleti.

Per fare un vero passo avanti nel mondo della performance sportiva, è necessario avvicinare maggiormente ricerca scientifica e pratica sul campo, adottando un approccio basato sulle evidenze e orientato al lungo termine:

  • ampliare la base di partecipazione;
  • ritardare la selezione rigorosa;
  • concentrarsi sullo sviluppo tecnico e fisico;
  • favorire l'autonomia e la responsabilizzazione dell'atleta.

Il futuro campione olimpico potrebbe essere oggi un ragazzo o una ragazza che passa inosservato nel gruppo.

La nostra responsabilità, come allenatori, dirigenti e ricercatori, è costruire sistemi che gli permettano di emergere quando sarà il momento.

Sandbakk et al., 2026


Carlo Cavasinni

Preparatore atletico Sport di Endurance e Forza

Pescara, Montesilvano, Chieti, Francavilla al Mare


Carlo Cavasinni | P.iva 02447860681
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