UN ARTICOLO DI CARLO CAVASINNI

SVILUPPARE IL PACING A SPLIT NEGATIVO NEGLI ATLETI DI ENDURANCE: LINEE GUIDA PRATICHE E MODELLI DI ALLENAMENTO

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SVILUPPARE IL PACING A SPLIT NEGATIVO NEGLI ATLETI DI ENDURANCE: LINEE GUIDA PRATICHE E MODELLI DI ALLENAMENTO

Pubblicato da Carlo Cavasinni il Gennaio 25, 2026

Il pacing a split negativo, la strategia che prevede di completare la seconda metà di una gara più velocemente della prima, è ampiamente considerato un indicatore di prestazione ottimale nell’endurance. Operativamente, può essere definito come il completamento della seconda metà a un’andatura media circa dell’1–3% più veloce rispetto alla prima, riflettendo una deliberata conservazione energetica iniziale e un’accelerazione controllata nelle fasi finali. Atleti d’élite adottano frequentemente questa strategia in contesti di campionato e nelle prove a cronometro, con esempi storici che spaziano dalle maratone olimpiche ai tentativi di record del mondo. Nonostante l’associazione con prestazioni superiori sulle lunghe distanze, relativamente pochi atleti riescono a implementare in modo consistente ed efficace il negative split nella pratica.

Lavori precedenti hanno sintetizzato i fondamenti fisiologici e psicologici del negative split, sottolineando il ruolo della conservazione energetica, della termoregolazione, della regolazione percettiva e della resistenza alla fatica centrale. Tuttavia, la traduzione di tali meccanismi in approcci di allenamento sistematici rimane poco sviluppata. Revisioni recenti evidenziano la necessità di integrare maggiormente la scienza dell’allenamento con il comportamento di pacing, concettualizzando il negative split non come una tattica del giorno gara, ma come un’abilità allenabile che emerge dall’interazione tra capacità fisiologica, controllo cognitivo e regolazione percettiva.

Questo articolo colma tale lacuna fornendo linee guida basate su evidenze ed esperienza applicativa per aiutare allenatori e atleti a sviluppare in modo sistematico la capacità di eseguire strategie a split negativo in competizione. Vengono presentati modelli di allenamento strutturati, disegni di mesociclo progressivi e framework pratici di monitoraggio per atleti ricreativi e competitivi. L’obiettivo è spostare l’attenzione dalla semplice descrizione degli split negativi alla loro costruzione deliberata, con particolare riferimento a maratona e mezza maratona, e con potenziali adattamenti ad altri contesti di endurance.

Fondamenti di allenamento per la capacità di split negativo

Il negative split non è una decisione spontanea, ma una capacità fisiologica e percettiva allenabile che emerge dall’interazione tra regolazione metabolica, resistenza alla fatica, controllo cognitivo e tolleranza ambientale. L’esecuzione richiede di gestire lo sforzo in modo conservativo all’inizio, preservando la capacità di accelerare sotto crescente stress fisiologico nella seconda metà.

Soglia del lattato e controllo metabolico

Un determinante centrale è la capacità di sostenere intensità prossime alla LT senza eccessivo accumulo di sottoprodotti metabolici. Atleti con LT elevata rispetto al ritmo gara ritardano l’acidosi e mantengono l’efficienza muscolare durante le accelerazioni finali. Allenamenti mirati alla LT, tempo run sostenuti e cruise intervals a o leggermente sotto LT, migliorano la clearance del lattato e la tolleranza a intensità submassimali prolungate, ampliando il margine tra intensità sostenibile e soglie critiche di fatica e riducendo il rischio di decelerazione finale.

Cinetica del VO₂ ed economia di corsa

Oltre alle soglie metaboliche, la rapidità con cui l’assorbimento di ossigeno risponde ai cambi di intensità è cruciale. Una cinetica del VO₂ più veloce riduce il deficit di ossigeno all’inizio e durante le transizioni di ritmo, limitando il ricorso al metabolismo anaerobico e preservando riserve energetiche per le fasi finali. L’economia di corsa, riducendo il costo energetico a una data velocità (anche in condizioni di fatica), facilita il mantenimento o l’aumento della velocità finale a un costo metabolico relativo inferiore.

Interventi vicino al VO₂max (HIIT) migliorano la cinetica del VO₂ e la potenza aerobica; esercitazioni neuromuscolari (strides, sprint in salita) migliorano l’efficienza del movimento e l’applicazione della forza. Insieme, supportano transizioni fluide e accelerazioni tardive senza eccessivo aumento dello sforzo percepito.

Resistenza alla fatica centrale

La capacità di resistere alla fatica centrale, riduzione progressiva del drive neurale volontario, è determinante nelle gare prolungate. Atleti più resistenti tollerano meglio il disagio e mobilizzano riserve residue nelle fasi finali. Allenamenti con sforzi back‑loaded o finali intensi aumentano la tolleranza alla fatica centrale e rafforzano il controllo del pacing sotto carico percettivo e neurale.

Regolazione percettiva e disciplina del pacing

Il pacing è un processo anticipatorio basato sulla percezione: gli atleti integrano segnali interni (RPE, respirazione, discomfort) con la conoscenza della distanza rimanente per regolare lo sforzo. La disciplina del pacing è una abilità appresa: la calibrazione percettiva migliora con la pratica, e la disponibilità di feedback, le aspettative e il carico cognitivo modulano la distribuzione dello sforzo. La fatica cognitiva aumenta l’RPE a parità di carico e limita la capacità di sostenere o aumentare l’intensità; al contrario, l’esposizione ripetuta a decision‑making sotto sforzo migliora la resilienza cognitiva. Allenamenti guidati da RPE, feedback parziale e debriefing strutturati rafforzano l’apprendimento percettivo.

Vincoli termoregolatori

Il caldo limita il negative split aumentando lo stress cardiovascolare e percettivo. Atleti acclimatati al calore mostrano maggiore stabilità cardiovascolare e migliore controllo percettivo, sostenendo pacing più consistenti. Protocolli di acclimatazione migliorano l’efficienza termoregolatoria e preservano la capacità di regolare lo sforzo nelle fasi finali.

Allenamenti pratici e blocchi di lavoro

Per sviluppare il negative split servono stimoli che migliorino fitness aerobica, regolazione del pacing e tolleranza alla fatica, con esposizione controllata a sforzi crescenti nel finale. La letteratura supporta:

  • Tempo run progressivi: migliorano stabilità metabolica e controllo del ritmo.
  • Lunghi con finale veloce (split‑pace/fast‑finish): replicano le condizioni di fine gara, migliorando gestione del glicogeno ed efficienza neuromuscolare sotto fatica.
  • Intervalli progressivi o discendenti: aumentano potenza aerobica e affinano la regolazione dello sforzo in contesti variabili.
  • Questi formati sono più efficaci se inseriti in blocchi di 3–5 settimane, che consolidano adattamenti fisiologici e apprendimento percettivo, seguiti da un taper che riduce la fatica mantenendo l’intensità.

Pianificazione settimanale e del mesociclo

Mesocicli di 4–6 settimane mirano a migliorare LT, cinetica del VO₂, resistenza neuromuscolare e controllo percettivo. Distribuzioni polarizzate o piramidali consentono di accumulare volume a bassa intensità e di colpire selettivamente le intensità rilevanti per le accelerazioni finali. L’aumento progressivo dell’esposizione a ritmi gara favorisce autocontrollo iniziale e accelerazione sotto fatica

Organizzazione settimanale, recupero e taper

Alternare sedute impegnative a giorni facili preserva il controllo del pacing. Il monitoraggio del carico interno (session‑RPE, HRV, indici soggettivi) aiuta a prevenire sovraccarichi che distorcono la percezione dello sforzo. Un taper con riduzione del volume del 40–60% mantenendo l’intensità ottimizza la prestazione e rafforza la fiducia nella chiusura forte.

Evidenze di successo in gara

Analisi di performance mostrano che profili di pacing pari o negativi sono associati a risultati superiori, soprattutto tra atleti più veloci ed esperti. Esempi d’élite illustrano sia pacing estremamente uniforme sia accelerazioni marcate nel finale. Studi osservazionali su larga scala indicano che i runner ricreativi spesso subiscono un crollo del ritmo finale; minimizzare la sovra‑spinta iniziale è quindi cruciale per migliorare l’esito.

Grivas et al., 2026


Carlo Cavasinni

Preparatore atletico Sport di Endurance e Forza

Pescara, Montesilvano, Chieti, Francavilla al Mare


Carlo Cavasinni | P.iva 02447860681
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